Sulle tre isole al largo dell’Irlanda per scoprire la cultura gaelica. E l’orgoglio di un popolo fiero e indomito, sferzato dal vento e dal mare che ha attraversato indenne il tempo e la storia.
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Inisheer, l’isola più piccola delle Aran 2

Gli ultimi chilometri a piedi per scoprire l’altra faccia della più piccola dell’arcipelago. Per concludere il viaggio in un mondo a sé che ancora oggi vive sull’arcipelago al largo dell’Irlanda.
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Nella isola più piccola dell’arcipelago, la storia scorre nelle venature della roccia. Racconta di un passato lontano che ancora vive nei suoi simboli e nella memoria dei suoi abitanti. Oltre il tempo.
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Sulle scogliere a picco della mediana dell’arcipelago. Attimi sospesi in un tempo indefinito per vivere il divenire dell’Atlantico e scoprire la bellezza selvaggia della costa e i suoi segreti.
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Sull’isola mediana dell’arcipelago, la più estrema, la più solitaria, la più affascinante. Chilometri di roccia camminati per scoprirne i segreti, la storia, e i luoghi di un passato lontano.
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In un sole accecante che non dà tregua agli occhi pieni di bellezze naturali e strutture antiche. Per rivivere la storia di un’isola e della sua gente al confine del mondo.
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Scoprire la più grande delle tre isole in calesse per vedere la bellezza selvaggia distendersi brulla sulla roccia viva. Dove la cultura gaelica è il cuore e l’orgoglio di un’antica stirpe.
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Isole Aran, Irlanda © Andrea Lessona
Nell’Atlantico lacrime di stelle vivono in rocce senza tempo. Sono le Isole Aran, al largo di Galway, oltre l’Irlanda. Vengono da un altro mondo, e sono un altro mondo. Quello che ho scoperto durante il mio lungo viaggio iniziato nella cara e vecchia Dublino.
E che dalla capitale mi ha portato ad attraversare la Terra di Smeraldo sino a Rossaveal, sulla costa ovest, per prendere l’agognato ferry. Un’ora tra i flutti del mare per sbarcare nella sera di Kilronan, l’unica città di Inishmore, la più grande delle Isole Aran.
Un sole intenso ha squarciato il cielo del giorno dopo: mi ha bruciato il viso e ha reso la pelle cuoio. Simile al volto degli 850 abitanti: uomini e donne che non hanno rinunciato alla modernità, ma non hanno mai rinnegato le origini, la tradizione, la cultura gaelica. Rimanendone uno degli ultimi baluardi.
Con uno degli isolani, ho scoperto i 14,5 chilometri di lunghezza e i quattro in larghezza dell’isola: seduto al suo fianco, a cassetta del calesse, ho visto sfilare gli ultimi cottage dal tetto di paglia, i resti maestosi dei forti a picco sulle scogliere, la più piccola chiesa al mondo.
Mentre intorno a me sentivo parlare solo l’antica lingua dell’Irlanda, i miei occhi hanno seguito le pietre sulla pietra che tagliano e dividono Inishmore: muretti a secco posati sulla roccia spaccata solo da pochi arbusti. Un paesaggio lunare puntellato da qualche fiore vivace, piegato dal soffio del vento.
E con il vento in poppa sono arrivato a Inishmaan, l’isola di mezzo: quella meno turistica, la più solitaria, la più affascinante. Sbarcato solo nel porto, ho trascinato me stesso sino in cima all’orizzonte di Dún Chonchúir. Dal forte ovale che domina il cielo, ho visto la baia distendersi. E in un istante ho capito perché John Millington Synge venne qui oltre un secolo fa.
Lo mandò William Butler Yeats per dare voce all’antica cultura. E lui lo fece scrivendo un libro sulle Isole Aran che ho riletto durante il mio viaggio. Il drammaturgo irlandese soggiornò quattro volte dal 1898 al 1902 nel cottage che porta il suo nome e che sono riuscito a vedere pregando il vecchio proprietario di farmi entrare nella storia.
Camminando vicino agli strapiombi sul mare, sono arrivato a sedermi sulla Sedia di Synge: quasi ogni giorno raggiungeva questo luogo impervio, e guardava il divenire dell’Atlantico infrangersi sui faraglioni in boati d’onde.
Lassù ho trascorso ore infinite per finire a camminare lungo la costa: cinque chilometri di lunghezza, tagliando qua e là i tre chilometri di larghezza dell’isola, scavalcando il dedalo di muretti in cui la terra è divisa per essere coltivata e protetta dal vento e dalla pioggia.
Ho incontrato solo qualcuno dei 200 abitanti: gente fiera e cortese che ti saluta sempre con un cenno del capo o con tre dita alzate, quasi per benedirti, come facevano gli antichi monaci che qui vennero a meditare in cerca di silenzio e spiritualità.
Li trovarono entrambi anche su Inisheer, la più piccola delle Isole Aran, con circa 300 anime: i resti della cristianità, riemersi dalla sabbia dopo una tormenta, vivono nella piccola chiesa di St Caomhán dentro un camposanto in cima a una collina. Croci celtiche si distendono nella rena di fronte alla spiaggia e all’acqua gelida dove i bimbi nuotano senza paura.
Da qui, mi è bastato alzare lo sguardo verso e il cielo: e il profilo sfregiato del castello degli O’Brien mi è entrato negli occhi stretti per il sole accecante. Solo schermandoli con la mano, ho visto i curraghi, le vecchie imbarcazioni in legno incatramato, riposare a schiena in su vicino al molo. Una volta servivano per pescare e trasportare la merce. Oggi i ferry li hanno mandati a riposo.
Queste barche sono il simbolo delle Isole Aran, insieme ai famosi maglioni tessuti a mano, con disegni diversi per ogni famiglia: era l’unico modo per riconoscere i corpi degli annegati quando il mare decideva di restituirli ai loro cari.
Il mare che per le tre isole è sempre stato Vita. Il mare che le ha preservate. Il mare che ha vinto il tempo, consegnando la loro storia, la loro cultura e il loro mondo al nostro.
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