Nella contea più a nord e più affascinante d’Irlanda: un viaggio alla fine di Erin sino al suo punto più alto dove la terra finisce e inizia l’Atlantico. Attraversato per raggiungere l’isola di Tory Island e riscoprire l’orgoglio gaelico.
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Malin Head, alla fine dell’Irlanda

Sulla punta più settentrionale dell’Isola per sentire il vento urlarne il nome gaelico. E per finire il viaggio attraverso il Donegal, la contea irlandese più affascinante e più estrema.
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Nel cuore della vera gemma irlandese: un paesaggio in continuo divenire tra laghi, montagne, vallate e oceano. Un trionfo di natura e storia antica, vero compendio di tutta l’Isola di Smeraldo.
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Nella sperduta e affascinante Tory Island vive l’ultimo sovrano irlandese. Non ha corona né potere ma l’orgoglio sincero delle sue origini e delle tradizioni che vuole conservare a dispetto della modernità senza memoria.
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Al largo della costa del Donegal per scoprire un lembo di terra dove vive l’ultimo re di Erin. Un eremo di storie e leggende, paradiso di centinaia di specie di uccelli migratori.
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Un lembo di terra disteso nell’Atlantico sulla costa impervia del Donegal. Un luogo dal nome terrificante che di terrificante ha solo la bellezza selvaggia e struggente dell’estremo.
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In viaggio attraverso i 16500 metri quadrati nell’area protetta del Donegal. Chilometri di natura selvaggia per arrivare al giardino e al castello del parco. E specchiarsi nelle acque limpide del Lough Beagh.
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Sui faraglioni del Donegal, considerati i più alti del Vecchio Continente, per vedere dalla loro cima il divenire dell’Atlantico che ruggisce contro le rocce. E vivere il senso dell’eterno.
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Nella cittadina che dà nome alla contea più estrema dell’Isola. Per scoprire i suoi antichi edifici e la storia che segnò il destino della regione e l’occupazione inglese di parte dell’Ulster sino ai giorni nostri.
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Donegal, Irlanda © Holger Leue
Il Donegal vive di vento, parla gaelico e racconta leggende. Perché “quassù è diverso”.
Me lo sono sentito dire spesso, mentre tagliavo le strade strette e la memoria viva del nord-ovest d’Irlanda: “up here it’s different” mi ripetevano i suoi abitanti dall’accento rude.
Una diversità d’estremi e scenari d’antica bellezza. Le coste più lunghe dell’Isola e gli altipiani brulli. Sole e pioggia nel continuo divenire del cielo. Laghi e oceano a contendersi la terra dei piccoli villaggi interni e costieri.
E proprio da lì sono partito per attraversare il Donegal, e la sua storia. Bundoran è stata la prima tappa del mio viaggio: un paesino dalle case colorate specchiate sul mare in burrasca, ideale per cavalcare le onde. E bandiera Blu per le sue spiagge pulitissime.
Sospinto dal vento sono arrivato sulle colline di Ballyshannon, la porta per esplorare la regione e raggiungere Donegal Town. La città che dà nome alla Contea, in origine Dun na nGall, non ne è il capoluogo, ma è il centro da cui O’Donnel e O’Neill scapparono nella famosa “Fuga dei Conti” nel 1607. La loro scelta segnò per sempre il destino dell’Ulster con l’arrivo in Irlanda dei protestanti scozzesi e inglesi.
Lasciate le rive del fiume Eske, sulle cui sponde la cittadina cresce prima di finire nella baia, ho guidato per chilometri interminabili verso est sino ad arrivare sulle più alte scogliere d’Europa. Le Slieve League mi hanno accolto col loro strapiombo sull’Atlantico.
Immobile sulla cima, ho ascoltato il fragore delle onde infrangersi contro le pareti di roccia che raggiungono i 600 metri. E da lì ho visto Glencolumbkille distendersi verdeggiate nella vallata di San Columba, il santo che quassù portò il cristianesimo.
Poi, prendendo il Glen Gesh Pass, ho tagliato in diagonale la Contea verso nord: ho superato Adara, il suo centro tessile e i campi di lavanda, e ho camminato dentro le nuvole posate come un manto denso sul Glenveagh National Park. Oltre 16.500 metri quadri di natura selvaggia per finire nella pioggia furente caduta sul parco in cui si trovano il Castello e i giardini intorno.
Con questo tempo ho ripreso la strada contorta dell’interno, e sono uscito sulla costa dove il promontorio del Bloody Foreland si accende di rosso al tramonto, prendendone nome e colore. Pochi chilometri ancora e sono arrivato al molo di Magheraroarty da cui mi sono imbarcato per raggiungere Tory Island.
Il piccolo ferry schiaffeggiato dal vento e dalle onde furenti mi ha portato sull’isola al largo del Donegal per incontrare Patsy Dan Rodgers, l’ultimo re d’Irlanda, e l’orgoglio gaelico della sua gente.
Il giorno dopo ho camminato l’isolotto in lungo e in largo, e con il solito traghetto ho goduto il volo dei puffin dal mare, prima di tornare sulla mainland. Dopo tanta acqua in burrasca, ho riassaporato la terra ferma dell’interno guidando a sud sino a Letterkenny, la città più grande del Donegal.
Da qui sono risalito a nord per raggiungere la penisola di Inishowen: aspra, desolata, montuosa mi ha regalato qualche spiaggia dorata su alcuni tratti delle sue coste impervie. Chilometro dopo chilometro ho assaporato con impazienza infantile l’ultima meta del mio viaggio: Malin Head.
E’ il punto più alto ed estremo dell’Isola, dove la terra finisce e inizia l’Atlantico. In piedi sulla cima di Banba’s Crown ho guardato davanti a me le pietre bianche disposte sul verde della scogliera a formare la parola EIRE.
E ho sentito il vento urlare il nome gaelico dell’Irlanda. Perché “quassù è diverso”.
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