Le onde dell’Atlantico vivono di vento, si alzano violente sulle scogliere di Slieve League e muoiono per tornare mare. Dalla costa del Donegal ne respiro il divenire infinito, mentre il cielo basso e grigio nega l’orizzonte al bianco dei gabbiani in volo.
Li vedo librarsi e rimanere sospesi tra folate che mi spingono via dal parapetto e mi tolgono il fiato. Vorrei liberare l’istinto, lasciarmi trasportare e capire cosa c’è Oltre. Ma l’aria fredda mi entra negli occhi, mi riga il volto di lacrime e mi ridesta in un brivido.
Qui, sui faraglioni più alti d’Europa, il richiamo dell’eterno è forte. L’ho percepito sin dal parcheggio laggiù, dove ho lasciato la mia auto a nolo. L’ho raggiunto dopo aver superato Killybegs, il più importante porto di pesca d’Irlanda, e guidato sulla R263 per imboccare la stradina rurale.
Curve e contro curve sterrate che finiscono sullo spiazzo di ghiaia circondato da rocce. Poi, passo dopo passo, ho iniziato la mia salita lungo il percorso asfaltato che si inerpica a ridosso del mare sotto: 300 metri dentro le nuvole basse e il vento che le sposta come onde di cielo.
Il primo tratto è un saliscendi tra mura rocciose che negano l’Atlantico, ma non il suo fragore. Superata la prima collina, il mio fiato grosso si è liberato nell’orizzonte acqueo della Baia di Donegal: e gli occhi hanno potuto spaziare sino alla linea grigia dell’orizzonte.
Da qui il percorso si è fatto meno accidentato, mentre le scogliere iniziavano a declinare vertiginose verso il blu delle acque. A fianco del sentiero, il poco verde era preda di qualche pecora in libertà: brucavano l’erba, attente a fuggire ai miei passi e a quelli dei pochi altri viaggiatori.
Cercando la loro fuga bianca, lo sguardo si è imbattuto in una piccola costruzione, innalzata su uno sperone di roccia, proprio a picco sul mare. Non è lontana dal Little Lough Agh, il laghetto che, dall’altra parte del sentiero, occupa uno dei pochi spazi piani lasciati da Sliabh Liag: il nome gaelico, traducibile in montagna dei lastroni, di Slieve League.
In realtà, secondo gli esperti, con questa denominazione vengono identificati la penisola, la scogliera e la catena montuosa, associata a Bunglass, l’altro braccio dei monti che si getta nel mare. Ormai, però, nessuno le distingue più: tutte a formare uno spettacolo che qui, dove sono adesso, sullo spiazzo dove solo pullman autorizzati arrivano e l’asfalto finisce, è gioia dei sensi.
Un parapetto in legno protegge la mia voglia di scendere il declivio accidentato e andare là. Là dove le acque sono risacca verde nell’insenatura dalla spiaggia dorata. Poi rapito dal desiderio di raggiungere l’estremo, mi incammino sul sentiero accidentato, il One Man’s Path.
Sale zigzagando tra la flora alpina, scivoloso e malfermo, sotto i miei passi stentati. Ma i seicento metri di altezza da cui, nei giorni di sole, si gode la vista della baia più grande d’Irlanda sono lassù. A metà, mi fermo un attimo e mi volto indietro: Donegal Bay è avvolta dalle nuvole e da un senso di pace che pervade l’anima.











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