Malin Head, alla fine dell’Irlanda

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Malin Head, Irlanda © Andrea Lessona

Malin Head, Irlanda © Andrea Lessona

L’Irlanda finisce qui, a Malin Head. Qui dove le sue scogliere cadono nell’Atlantico. Qui dove Eire è scritto con enormi pietre bianche nel verde smeraldo del suo promontorio. Qui dove il vento urla al mondo il suo nome gaelico.

E qui finisce anche il mio viaggio attraverso il Donergal e la penisola di Inishowen, l’ultimo lembo di terra della contea irlandese più affascinante e più estrema. Finisce sul punto più alto della zona, a Banba’s Crown.

Dalla Corona di Banba, regina pagana pre-Cristiana, guardo l’oceano imbizzarrirsi contro i faraglioni attraverso i resti della Torre dell’Ammiragliato. Costruita nel 1805 come stazione segnaletica per i Lloyds di Londra, fu usata da “vedetta” durante le due guerre mondiali.

Oggi è attrattiva nell’attrattiva: dallo spiazzo dove solo poche macchine possono parcheggiare, si può tranquillamente saltare il muretto di cinta ed entrare tra le sue pareti dai ricordi umidi e scrostati.

La Torre dell’Ammiragliato a Banba’s Crown – Malin Head © Andrea Lessona

Dicono di quando era al massimo dello splendore, e le informazioni che partivano da qui arrivavano sino alla capitale britannica. Poi, sconfitta dalla modernità, è caduta in disuso. E oggi è solo un luogo dove i bambini, arrivati qui con i genitori, giocano a nascondino.

Cammino lungo il promontorio di Malin Head, almeno sino a dove lo strapiombo me lo consente. Fissando l’orizzonte, in questo giorno orfano di nuvole, intuisco in lontananza la punta delle isole scozzesi Jura e Islay.

Passo dopo passo, mi trovo vicino all’enorme scritta di pietre bianche: sono disposte sul verde del prato, a picco sul mare, e formano la parola Eire. Furono messe qui durante il secondo conflitto mondiale per segnalare all’aviazione l’inizio e la fine dell’Irlanda, nazione neutrale al conflitto. Al loro fianco, altre piccole scritte, sempre in pietra bianca, imitano quella più grane e dicono di amori impossibili e disegnano cuori trafitti.

Sospinto dal vento, risalgo il declivio e cerco il sentiero che dovrebbe essere da queste parti. Me l’han confermato giù in paese dove ero prima per vedere la Stazione dei Guardacosta e quella Meteorologica in cui nel 1912 il Titanic testò il suo equipaggiamento, i resti della Wee House of Malin, la chiesetta di St Muirdealach, l’unico ristorante sulla baia e qualche casa sparsa.

Tra loro, lungo la strada per arrivare qui, ci sono anche alcuni cottage dal tetto in paglia, un negozio d’antiquariato con tante anticaglie quante le pecore che brucano pure l’asfalto che dal villaggio porta a ovest dell’Irlanda. Nonostante sia comunemente considerato la punta nord più estrema dell’isola, il Capo infatti non va verso settentrione ma verso occidente.

E così, attento a non finire dabbasso nel risucchio schiumoso delle acque, cammino le scogliere per arrivare all’Hell’s Hole. Il “Buco dell’Inferno” è una grotta sotterranea dove le maree entrano violente. Poco oltre, un arco naturale e pittoresco, chiamato Devils’ Bridge, disegna il “Ponte del Diavolo”. Mentre continuo a cercare, arrivo all’estremità del sentiero.

L’Irlanda finisce qui, a Malin Head.

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