Irlanda, dove nacque il whiskey

di
Jameson Whiskey, Irlanda © Andrea Lessona

Jameson Whiskey, Irlanda © Andrea Lessona

Qui lo chiamano whiskey. Con la “e” di Erin, l’antico nome dell’Irlanda. Non è solo una questione di ortografia, ma è storia imbevuta di orgoglio e tradizioni. Gli Irlandesi ne sono certi: l’acqua della vita, dal gaelico uisce beatha, l’hanno inventata loro. Lo Scotch delle Highlands o il Bourbon a stelle e strisce sono venuti dopo.

Era l’Anno Domini 600 quando alcuni monaci, partiti dall’Isola di Smeraldo per evangelizzare il continente, tornarono con un alambicco. Secondo diversi esperti come Eily Kilgannon, studiosa del settore, l’avevano trovato nell’Europa dell’Est. Lì veniva usato per preparare profumi.

I religiosi iniziarono invece a distillare una bevanda alcolica che faceva bene al cuore e scaldava l’anima negli inverni freddi e umidi dei conventi. Il segreto della miscela esplosiva durò poco. Un gruppo di monaci attraversò il mare di Irlanda e, mentre portavano la parola di Cristo in Scozia, lasciarono cadere qualche goccia nelle gole arse dei riottosi Highlanders.

Per decenni il prezioso nettare venne consumato solo entro le mura dei monasteri. Ma a scoprirlo e a diffonderlo ci pensarono gli inglesi: nel XII secolo i soldati di Enrico II invasero l’Irlanda razziando anche le cantine dei conventi dove trovarono l’uisce beath. Che, dopo essersi ubriacati, storpiarono in uisge e poi in whiskey.

Per tenerli a bada e sopravvivere alla loro ferocia, secoli più tardi un vescovo irlandese mandò in dono alla regina Elisabetta una botte della pregiata acqua colorata. La sovrana apprezzò tanto il contenuto che pensò bene di guadagnarci favorendone il commercio dietro il pagamento di una tassa di importazione.

La bevanda venne prodotta in grande quantità, diventando alla fine del XVIII la più diffusa in Europa grazie anche a un piccolo parassita che aveva attaccato i vigneti francesi da cui nasceva il rivale Cognac. Tanto splendore durò poco, però.

Dopo aver ricevuto un numero interminabile di rifiuti, l’irlandese Aeneas Coffey andò in Scozia a vendere la sua invenzione: un distillatore che consentiva di produrre, in minor tempo e con meno costi, un alcol puro e versatile. Nasceva così il whisky blended: quello senza “e”, ma ancora oggi il più diffuso, e bevuto, al mondo.

Per i produttori irlandesi fu una catastrofe. Alcuni, dopo la Grande Carestia, rimasero sull’Isola, molti emigrano in America dove riuscirono a diffondere la bevanda e a risollevare i guadagni. Almeno sino al proibizionismo.

Finito il periodo “a secco”, arrivò la Seconda Guerra Mondiale. Ma mentre la Scozia invadeva il mercato, soprattutto quello militare per dar conforto ai soldati sul campo, l’Irlanda bloccò le esportazioni per tutto il conflitto.

Solo negli ultimi anni la produzione del whiskey è tornata florida, grazie alla vendita dell‘Irish Distillers a una multinazionale francese. Oggi, sull’Isola ci sono soltanto tre distillerie che però producono 30 tipi di uisce beath. Nonostante l’impiego di strumenti ultra moderni, la bevanda subisce ancora tre fasi di distillazione, una in più di quello scozzese.

Se venite qui, non ordinate mai uno Scotch: vi guarderanno strano come è successo a me tanti anni fa. “Quella è robaccia scottish”, mi son sentito dire in un pub di Dublino da un signore seduto al bancone.

Per convincermi, mi ha offerto un bicchiere: “Sir, assaggi questo: è Jameson”. Il gusto è rotondo, pieno e più dolce dei rivali. “Per forza, Sir – mi ha spiegato soddisfatto l’intenditore – il whiskeeeey l’abbiamo inventato noi!”.

I commenti all'articolo "Irlanda, dove nacque il whiskey"

Scrivi il tuo commento tramite

Loading Facebook Comments ...
Loading Disqus Comments ...