Inishmaan, la mediana delle isole Aran 2

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I faraglioni di Inishmaan © Andrea Lessona

I faraglioni di Inishmaan © Andrea Lessona

Seduto sulla Sedia di Synge, guardo rapito l’Atlantico. Lo vedo alzarsi bianco sui faraglioni scuri di Inishmaan, e ne ascolto il fragore. Il suono dell’eterno. Attimi sospesi in un tempo indefinito, in una dimensione a sé.

Sono arrivato qui, dove il drammaturgo irlandese passava ore, per vivere quello che lui visse oltre un secolo fa. E che gli permise di raccogliere sensazioni e liberarle nelle opere Riders to the Sea e Le Isole Aran.

Lasciatomi il forte Dún Chonchúir alle spalle, ho proseguito sulla main street dell’isola mediana dell’arcipelago. La strada ha iniziato a farsi sempre più stretta, mentre saliva verso la costa.

Cottage dal tetto in paglia cadente hanno schermato il sole a picco sino a dove l’asfalto si è biforcato disegnandomi un dubbio: quale via prendere. Poi, qualche passo dopo, ho incontrato uno dei pochi abitanti di Inishmaan, appoggiato a uno dei tanti muretti a secco.

Vestito con pantaloni e giacca di lana nera, come il cappello, gli occhi persi in uno sguardo vuoto, mi ha detto in un inglese biascicato di andare dritto, oltre la collina. “Lì inizia un sentiero, seguilo”.

L’ho lasciato così, la stanchezza e l’età cadute sul muro, e mi sono incamminato verso la roccia nuda: centinaia di metri a strapiombo sul mare dove c’era solo il manto immacolato di un asino bianco a spezzare il poco verde dei piccoli campi privati.

Il fragore delle onde ha accompagnato il mio percorso sino a qui, dove sono ora: tra un semicerchio di pietre in cui è stata incastonata una targa con una scritta erosa dal tempo: Cathoir Synge, la sedia dell’artista.

Dopo aver respirato l’Atlantico, mi alzo pieno del suo odore ancestrale. E proseguo il mio cammino con difficoltà tra questa distesa brulla di rocce carsiche, su cui qualcuno ha voluto alzare piccoli dolmen. Forse per ricordare un passato che è ancora presente.

Attraverso sentieri stretti che dividono alti muri in pietra. Ma il richiamo del mare è troppo forte: così mi avvicino imprudente ai faraglioni, caduti verticali proprio dove si alzano le onde.

Le guardo arricciarsi, sbattere contro le rocce e deflagrare in milioni di spruzzi. Alcuni mi raggiungono quassù, bagnandomi il viso bruciato dal sole. Continuo lungo la costa per scorgere le onde entrare ed uscire da una conca in un moto perpetuo.

Poi alzando gli occhi verso il cielo, vedo pale eoliche vorticare all’orizzonte. Si trovano nella zona sud di Inishmaan, e producono elettricità per i pochi edifici dell’isola, abitati da circa duecento persone che vivono di agricoltura e di qualche “lascito” turistico.

Solo durante l’estate aumentano un po’, grazie ad alcuni viaggiatori. La mediana delle Aran, infatti, non è così visitata come le altre due che formano l’arcipelago al largo dell’Irlanda. Ecco perché per me resta la più affascinante: una terra quasi incontaminata, popolata solo da isolani.

Nel cercare la via verso “l’energia pulita” finisco per perdermi in un dedalo di muretti. Prigioniero della loro altezza, anche oltre i due metri, non mi resta che arrampicarmi per scavalcarli. Sono infiniti, e dopo uno liberatorio ce n’è subito un altro imprigionante.

Il sole inizia a scendere piano, e con i suoi raggi opachi mi indica la via. Imbocco un sentiero zigzagante alla cui fine intravedo una casa. Poi un’altra, un’altra ancora e in fondo la piccola chiesa cattolica.

Dalla collina che declina sulla main street vedo il profilo arrossato del forte di Dún Chonchúir: il mio B&B è lì vicino. Una volta raggiunto, mi fermo un attimo sulla strada. Guardo il tramonto distendersi nell’Atlantico in una nebbia fine. Sfoca l’orizzonte e l’isola di Inishmore, al di là del mare. (2. Fine)

Per approfondire:
Wikipedia
Aran Island

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