Inisheer, la più piccola delle isole Aran 1

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Inisheer, i curraghi e il castello degli O'Brien © Andrea Lessona

Inisheer, i curraghi e il castello degli O'Brien © Andrea Lessona

Vecchi curraghi riposano inarcati sulla spiaggia di Inisheer, la prua verso l’Atlantico per sognare l’oceano. Lo guardano nostalgici in un ritorno del passato, vinto dalla modernità: oggi non sono che un simbolo della più piccola delle Isole Aran. Come il castello degli O’ Brien.

Dalla collina, il maniero controlla il porto dove attraccano i ferry, il mezzo che insieme alla pesca orfana ha rubato il destino alle barche incatramate. E’ a bordo di uno di loro che da Inishmaan sono arrivato qui per scoprire i tre chilometri quadrati di roccia su cui poco meno di 250 persone vivono di turismo e coltivazione.

Il grigio spento del cemento all’attracco è declinato subito in quello vivo della pietra carsica. Riflessi cangianti in un sole accecante ne esaltano le striature: sembrano vene in cui scorre la storia di Inisheer.

Una storia iniziata sull’isola almeno 1500 anni fa. Ne è testimone il Cnoc Raithní, un tumulo sepolcrale, qualche passo appena dalla spiaggia bianca e dai curraghi. Fu scoperto nel 1885 grazie a una tempesta che ne rivelò la presenza.

Scavi successivi hanno poi portato alla luce urne in cui c’erano ossa umane. Oggi, la struttura circolare dell’Età del Bronzo è Monumento Nazionale. E oggetto di curiosità dei viaggiatori di Inisheer che ne percorrono la circonferenza.

Da qui parte una strada che si alza verso la collina e costeggia un campo brullo di sport gaelici: la imbocco seguendo il ritmo sincopato degli zoccoli: cavalli pezzati trainano calessi con sopra qualche turista, “rapito” nel porto dai vetturini. Altri hanno scelto pulmini, altri ancora la bici. Io, l’asfalto a piedi.

Il tragitto non è lungo, ma quando arrivo dove il percorso si biforca sono madido. Il caldo di Inisheer è opprimente. Anziché salire al castello, proseguo verso il cimitero. Supero l’entrata e, sepolta nella sabbia, vedo la Teampall Chaomhaín. I resti della chiesa dedicata a Caomhán, il santo patrono di Inisheer e discepolo di St Enda, sono avvolti nella rena.

Il vento che soffia dall’Atlantico li ricopre di continuo, e solo una regolare attività di “pulizia” può mostrare agli abitanti e ai visitatori l’edifico del X-XIV secolo. Scivolo sulla sabbia ed entro tra le sue mura di pietra. Il soffitto è un cielo limpido da cui il sole fa cadere raggi obliqui.

Con le mani tocco l’antica muratura di Inisheer: per un attimo ho la sensazione di rivivere quei tempi, quando l’isola era un centro importante della cristianità e monaci e fedeli si stringevano in questo spazio angusto per liberare la loro fede.

Torno su, a livello delle croci celtiche distese nel campo santo: sono di uomini e donne dei nostri tempi. Gente capace di resistere alla modernità della mainland che ha deciso di rimanere qui anche dopo la propria esistenza terrena.

Dal cimitero la strada si alza ripida verso il castello. Neanche i cavalli da traino ci arrivano: troppa pendenza. Ma passo dopo passo, e sempre più sudato, supero uno dei tanti muretti dei Inisheer ed entro nel verde che circonda il maniero degli O’Brien.

I resti della torre a tre piani sono divorati dal tempo: ruderi sfregiati in cui qualcuno ha pensato bene di lasciare carte si snack e bottiglie vuote di birra. Eppure sino al 1585 questo era un luogo importante, sorto dentro le mura di Dún Fornma, un forte dell’Età del Bronzo.

Poi, come in gran parte d’Irlanda, passò Oliver Cromwell che nel 1652 lo razziò, distruggendolo in parte. Mi avvicino al margine della collina, mentre un sottile alito di vento soffia liberatorio e porta qualche nuvola.

Da quassù, vedo gli infiniti muretti di Inisheer distendersi a valle: sembrano un’enorme rete da pesca con maglie di pietra. (1. Continua)

Per approfondire:
Wikipedia
Aran Island

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